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M. Letizia TOSSALI
LO SVILUPPO LINGUISTICO CIAO, SONO CHISTIAN CON LA "R"

 


PRINCIPALI TAPPE DELLO SVILUPPO LINGUISTICO

La competenza comunicativa non nasce improvvisamente con la prima parola: infatti, già prima che compaia il linguaggio orale il bambino comprende molto delle comunicazioni dell'adulto ed impara egli stesso a farne con modalità alternative che preparano il successivo sviluppo linguistico.
Tra gli 8 e i 13 mesi di vita (cfr. Tabella 1)l'inizio della comunicazione intenzionale avviene attraverso l'uso di una serie di gesti, detti deittici o performativi, che sono: la richiesta ritualizzata, il mostrare, il dare e l'indicare un oggetto. Essi possono essere prodotti da soli o accompagnati da vocalizzi e vengono considerati i precursori delle prime parole

Verso gli 8 -13 mesi compaiono anche i primi segni sistematici di comprensione di parole, che è all'inizio altamente ritualizzata, cioè possibile solo in contesti particolari dove il bambino oltre all'imput propriamente linguistico riceve anche una serie di altri indizi di tipo situazionale e non verbale (questo avviene, ad esempio, quando si chiede al bambino “come fai quando arriva papà?”). Alcuni mesi più tardi egli sarà in grado di comprendere effettivamente le comunicazioni senza aiuti extraverbali, ad esempio andando a prendere un oggetto richiesto in un’altra stanza (senza quindi basarsi sul contesto).
Per quanto riguarda la produzione verbale, nei primi mesi di vita i
bambini attraversano stadi in cui le produzioni linguistiche hanno molte
caratteristiche in comune, anche per lingue madri differenti.
Verso la fine del primo anno, però, le caratteristiche individuali e dell’ambiente linguistico fanno emergere forti differenze nella produzione delle prime parole. Studi sulla discriminazione percettiva, sia acustica che visiva, che il bambino ha delle differenze tra i vari fonemi specifici della sua lingua, fanno supporre che essa sia un fattore determinante nel passaggio dal vocalizzo indifferenziato dei primi mesi alle produzioni che tentano in qualche modo di adeguarsi al sistema fonologico adulto. E’ da questo momento che si creano le premesse per quella consapevolezza
fonemica che guiderà l’apprendimento della scrittura intorno ai 5-6 anni.
Un esempio dell’importanza dell’ “allenamento” alla discriminazione
dei suoni della propria lingua madre ci viene dato dalla difficoltà che incontriamo nella ripetizione di una parola straniera: nonostante il nostro udito funzioni bene, infatti, facciamo fatica a riprodurre esattamente la parola perché i suoni che la compongono non ci sono familiari. Altro esempio: spesso le persone di lingua madre cinese non riescono ad usare la “r” richiesta dalla lingua italiana, perché non presente nel loro idioma, e la sostituiscono regolarmente con la “I”, che non discriminano acusticamente dalla prima.
Anche l’esercizio articolatorio ed il controllo uditivo interno delle proprie produzioni sono fattori essenziali per lo sviluppo delle capacità del bambino a questo livello. La lallazione serve proprio a questo: bambini con gravi difficoltà articolatorie, che non possono quindi esercitare quello che viene definito feedback audio- articolatorio (ascolto-riproducoriascolto), spesso manifestano carenze anche ad altri livelli linguistici (adesempio in comprensione) perché non possono stabilizzare gli apprendimenti attraverso il controllo uditivo interno.
È così che, nel tentativo di riprodurre le parole dell'adulto, il bambino modella i suoni emessi differenziando sempre più i fonemi (cioè i suoni che compongono le parole) tra di loro.
Lo sviluppo fonologico è molto variabile da bambino a bambino, sia per le età che per l'ordine di acquisizione dei vari fonemi, e consente affermazioni solo di ordine probabilistico. Generalmente intorno ai 2 anni i bambini hanno acquisito tutte le vocali.Nella progressione dei suoni consonantici compaiono di solito prima "m/n" e c/g, più vicine dal punto di vista articolatorio ai vocalizzi indifferenziati del bambino; poi 'p/b", quindi "t/d", che richiedono movimenti più raffinati dell'apice della lingua). Gli ultimi fonemi acquisiti sono la "s, la "r" e la "I" all'interno di gruppi consonantici (es. "caldo"), che spesso compaiono solo durante l'ultimo anno della scuola materna.
Le dislalie (cioè la mancanza o l'insufficienza di un suono, o la sua sostituzione con un altro) si estinguono generalmente intorno ai 4 anni, ricomparendo occasionalmente nelle parole più complesse o in quelle nuove. Di solito fra i 5 ed i 6 anni il bambino controlla bene il sistema
fonologico della lingua materna.
Un elemento fondamentale da tenere presente è che, se non ci sono difficoltà articolatorie specifiche, lo sviluppo fonologico di un bambino è fortemente correlato con il suo sviluppo lessicale: più parole il bambino apprende, più sarà sollecitato a notare le differenze fonetiche, più tenderà a specificare fonologicamente le proprie produzioni.
Tornando alle principali tappe dello sviluppo linguistico (tab. 1) verso i 12-13 mesi compare la denominazione, cioè l'utilizzazione da parte del bambino dei suoni già presenti, ma non significativi, dai 6-7 mesi ("lallazione"), per riconoscere, categorizzare, nominare gli oggetti. Anchela denominazione, come la comprensione, all'inizio avviene in contestialtamente ritualizzati.
Il lessico può essere definito come insieme di rappresentazioni, cioè di oggetti mentali che corrispondono ad elementi della realtà di cui riflettono caratteristiche rilevanti, e di processi che si applicano a queste rappresentazioni trasformandole e mettendole in relazione tra loro.

Lo sviluppo lessicale è inizialmente piuttosto lento: dai 12 ai 16 mesi il bambino sembra impegnato ad usare un ristretto numero di parole, e alla fine di questo periodo la maggior parte dei bambini usa un repertorio piuttosto limitato. E' a questa età, però, che si comincia a notare una grande variabilità individuale, presente del resto anche nell'ambito della comprensione verbale (Fig. 1).
Parallelamente, in questo periodo il bambino passa dall' uso altamente contestualizzato delle parole ad un uso realmente simbolico e rappresentativo (es. dice "bam" per raccontare che ha buttato giù una torre di cubi ora non più visibile).
Tra i 16 ed i 20 mesi si assiste ad una notevole crescita e riorganizzazione del vocabolario: il numero di parole prodotte dal bambino nella maggior parte dei casi sale in modo vertiginoso in pochissimo tempo (Fig. 2); inoltre, si cominciano a distinguere le varie categorie grammaticali: il bambino, cioè, utilizza parole diverse per designare il nome e il verbo relativi ad una stessa area semantica (es. "pappa" usato specificatamente per il cibo e "mangia" per l'azione). Anche gli aggettivi diventano più frequenti.
Tra i 18 e i 24 mesi i bambini iniziano a combinare le parole in frasi. Si è notato che un requisito fondamentale per formulare una frase è, indipendentemente dall'età, possedere un vocabolario di una certa ampiezza (alcuni studi dicono di almeno 100 parole). Ed anche quando compaiono i primi enunciati di due parole, il bambino li utilizza sporadicamente fino a quando il suo bagaglio lessicale non diventa ancora più ricco (intorno alle 300 parole). In questo stadio è importantissimo il tipo di interazione tra adulto e bambino. Ecco un esempio di scambio madre-bambino:
B: "A pa" M: 'Vuoi la palla?"
B: "Più" M: "Eh già, non c'è più"
B: "Miao" M: "L'avrà presa il gatto!".

Adulto e bambino, nell'interazione dialogica, condividono un argomento di discorso e, in turni successivi, aggiungono nuove parti che espandono e completano l'enunciato originario. Il bambino costruisce così, insieme alla madre, un "prototipo" di frase.
Verso i 2 anni, a partire dalla comparsa delle prime combinazioni di parole, inizia lo sviluppo della grammatica e della sintassi (intesa in questo contesto come composizione della frase in termini di elementi di significato: verbo, soggetto, complementi, avverbi, funtori,ecc.).
All'ingresso in scuola materna il bambino ha già acquisito la capacità di variare i morfemi, l'uso delle preposizioni, del passato, delle frasi negative, e dei verbi servili, cioè tutte le strutture di base per una frase complessa. Nel racconto la sintassi è descrittiva, e le proposizioni sono giustapposte senza collegamenti. A 4-5 anni compaiono le frasi coordinate in successione temporale.
A 5-6 anni il bambino formula frasi subordinate temporali e causali per esplicare i nessi: per far ciò deve stabilire una gerarchia negli eventi che narra, quindi dire per primo il più importante, ed infine collegare tra loro le frasi con le preposizioni o gli avverbi adeguati. Anche quando formula frasi subordinate, però, egli comprende meglio le frasi lineari (causa -> effetto) di quelle con una struttura invertita (es. "Siccome..."): questo succede perché
per la comprensione verbale il bambino si appoggia prima sul significato delle parole e secondariamente alla costruzione della frase. A 6 anni le capacità sintattiche si definiscono ancora meglio, ed il bambino è in grado di formulare proposizioni complesse utilizzando contemporaneamente la ricchezza semantica che ha ormai a disposizione.
Dai 2 anni circa, parallelamente allo sviluppo della sintassi e da esso sostenuta, inizia a comparire la competenza narrativa del bambino, strettamente correlata alla capacità di comprensione dei nessi di causalità.
Dai 2 ai 3 anni si assiste al passaggio graduale dalla produzione spontanea di relazioni causa-effetto, alla risposta ai perché dell'adulto, alla emissione di domande-perché. Queste relazioni di causalità sono elaborate dal bambino partendo da sequenze di azioni eseguite, da cui viene astratto il concetto generale che B deriva (è causato, èl'effetto) da A (causa).
In seguito, il bambino comincia a raccontare (funzione rappresentativa del linguaggio secondo lo schema di Halliday).
Possiamo osservare meglio la competenza narrativa del bambino di fronte ad un racconto per immagini in sequenza: qui, naturalmente, compaiono comportamenti diversi a seconda dell'età. (Tab. 2).

Ad un primo stadio c'è il riconoscimento: il bambino vede l'immagine e vi riconosce qualcosa che lo rimanda a qualcos'altro, denomina oggetti e personaggi e chiede informazioni su di essi.
Al secondo stadio compare l'inferenza verticale: il bambino, cioè, mette in relazione i particolari di una singola immagine, descrive l'azione e chiede informazioni sugli eventi. Al terzo stadio compie l'inferenza orizzontale: collega, cioè, un'immagine alla successiva in termini di causa-effetto, successione temporale o entrambi, e descrive gli eventi con una sintassi complessa. Volendo tradurre queste tappe in termini di età:
- a 3 anni il bambino ha sia i processi di riconoscimento che l'inferenza verticale, ma privilegia i primi; fa inferenze verticali solo per azioni concrete e familiari. Non fa inferenze orizzontali, ma racconta parzialmente la storia utilizzando in prevalenza proposizioni indipendenti
tra loro, giustapposte. Compare la prosodia del racconto.
- a 4 anni sa comprendere e verbalizzare le inferenze logiche di avvenimenti e di azioni illustrate.
- a 5-6 anni il bambino ha di solito acquisito tutti i prerequisiti logicolinguistici e le competenze comunicative per comprendere ed esplicitare nessi temporali e causali di storie legati ad eventi familiari.
Durante tutto lo sviluppo del linguaggio si nota l'interazione tra fattori di tipo più strettamente linguistico e fattori più generali di tipo cognitivo, percettivo, relazionale. Ad esempio, la comparsa nel linguaggio dei nomi relativi ad ambienti o luoghi può essere messa in relazione con le acquisizioni motorie, prima fra tutte una più sicura deambulazione che permette una esplorazione attiva ed una conoscenza più interiorizzata dello spazio. Anche la formazione dello schema corporeo, strettamente collegata alla nuova rappresentazione dello spazio, permette la comparsa nel vocabolario di parole relative alle parti del corpo. Analoghe considerazioni possono essere fatte per produzioni di quel tipo di predicati che riguardano le attività e le azioni che il bambino compie (aprire, chiudere, buttare), le sensazioni (caldo, freddo) e le qualità (bello, brutto, sporco) percepite più comunemente a questa età.
Dal canto suo, lo sviluppo linguistico condizionerà le altre attività cognitive del bambino: inizialmente il gioco, progettato e pianificato con il linguaggio; più tardi gli apprendimenti scolastici. Dal momento della sua comparsa, insomma, esiste una forte interazione tra la competenza linguistica e gli altri aspetti dello sviluppo del bambino: il linguaggio sarà l'organizzatore del pensiero, sia da un punto di vista cognitivo che emotivo e relazionale, e costituirà un supporto indispensabile alle operazioni dell'intelligenza.

ATIPIE DELLO SVILUPPO LINGUISTICO

All'interno dell'enorme variabilità individuale che rende verosimile l'affermazione che ogni bambino ha i suoi tempi, molti bambini manifestano però difficoltà evidenti in uno sviluppo linguistico caratterizzato da un ritardo notevole oppure da elementi atipici, cioè diversi anche dalle produzioni dei bambini più piccoli (vedi la Tabella 3 a pag. 81).
Questi bambini parlano a lungo in modo confuso e poco comprensibile, e può succedere che all'ingresso in scuola materna le produzioni siano molto ridotte anche per la consapevolezza che hanno di non essere capiti.
Esistono vari tipi dl disturbo di linguaggio (Tab. 4), più o meno gravi per evoluzione ed influenza sulle altre competenze del bambino. Qui parleremo di:
- Ritardo Semplice di Linguaggio, intendendo un'acquisizione del linguaggio in tempi più lunghi rispetto alla maggioranza dei bambini, ma senza forti atipie e con la risoluzione del problema normalmente entro il primo anno della scuola elementare;
- Ritardo Specifico di Linguaggio, intendendo un'acquisizione in notevole ritardo rispetto alla maggioranza dei bambini e con numerose atipie, che persistono ben oltre l'inizio della scuola elementare
- Difficoltà di linguaggio nel Ritardo Mentale, intendendo un'acquisizione del linguaggio in ritardo all'interno, però, di uno sviluppo cognitivo tutto analogamente rallentato. In questi casi si possono osservare quadri anche molto diversi tra loro.
Tralasciamo in questa sede le difficoltà che derivano da deficit relazionali, sensoriali (sordità, cecità) o articolatori e che si manifestano in modo diverso dagli altri disturbi

All'inizio, pur percependo la difficoltà è difficile riuscire a capire di che tipo di disturbo si tratta, perciò molto dipende da come il linguaggio si modifica nei primi anni dalla sua formazione.
Intorno ai 4 anni si può di solito differenziare il Ritardo Semplice di Linguaggio (Dislalia Evolutiva) dal Ritardo Specifico ( Dislalia Combinatoria o Disfasla Cinetica) o dal ritardo all'interno di una compromissione più globale delle competenze cognitive del bambino (Tabella 5).

Nel Ritardo Semplice di Linguaggio a 4 anni si osservano:
- difficoltà evidenti nella pronuncia dei suoni (dislalie);
- lessico e sintassi non compromessi se non secondariamente per ragioni dl economicità del bambino, che elide i funtori o sceglie di utilizzare una parola al posto di un'altra per avere minori problemi fonologici.
Es. "A tola ho fatto la O di.. .papera" "Va bisletta, blmbi" "Pecche busa, foco" "Dottoetta, bimbo manza balala"
Nel Ritardo Specifico del Linguaggio a 4 anni si osservano:
- la padronanza di pochi fonemi semplici (5 o 6 in tutto) e la sostituzione di altri con suoni passepartout non fissi (perchè non è un problema articolatorio);
- maggiori problemi rispetto al Ritardo Semplice a livello semantico, che è piuttosto differenziato ma costituito da termini spesso incomprensibili per le molte dislalie (contrazioni di parole, elisioni di molti fonemi: e. "lotto" per orologio; "peia acqua" per bottiglia; il bambino tende a dire poche parole semplici invece di usare parole complesse (povertà semantica); oppure a dlfferenziare le parole solo per un suono ("ioio" per occhiali, "iiii" per calzini), con conseguenti confusioni anche per lui tra termini simili, sia in produzione che in comprensione;
- frasi semplificate senza articoli né preposizioni con il verbo all'infinito e spesso incomprensibili. Il bambino usa solo le strutture sintattiche più semplici (ha difficoltà, ad esempio, ad utilizzare le frasi negative, o quelle passive; i verbi al passato);
- difficoltà nel racconto (dove deve organizzarsi da solo), piuttosto che nella ripetizione dl una frase che gli dice l'adulto.
Es. "Papà " + gesto dl battere (papà batte con il martello);
"Papà lepe pa!" (papà ha ucciso la lepre);
"Mimma è e etta" (la bimba va in bicicletta);
"Mlmmo be-a" (Il bimbo si pettina);
"E a zaza ezza ... e aza Obi ezza" (è la casa, questa ... è la casa di Robin, questa);
"Ebbe e ezzo e bombe" (serve pure questo per le bombe).
Nel bambino con un Ritardo MentaIe (parliamo dl un Ritardo Mentale Lieve, quello cioè che non è tanto evidente a questa età e che non rende facilmente definibile la natura del disagio del bambino) a 4 anni il profilo linguistico può variare dalla presenza di un disturbo di linguaggio maggiore della compromissione intellettiva (cioè dell'organizzazione globale delle competenze)
ad una competenza comunicativa adeguata all'età dl sviluppo, cioè in lieve ritardo rispetto agli altri bambini ma piuttosto omogenea con le competenze motorie, prassiche e simboliche del bambino.
Ciò che differenzia il bambino con Ritardo Mentale dal bambino con Disturbo Specifico di Linguaggo (sia Ritardo Semplice che Specifico) è la comprensione verbale: il primo, infatti, manifesta spesso una comprensione verbale ridotta (perché strettamente collegata con le ridotte competenze cognitive), mentre essa è adeguata nei secondo. Inoltre, possono essere presenti anche difficoltà nel racconto e nella comprensione-esplicitazione dei nessi causali
(anch'essi in stretta relazione con il livello inteliettivo) Quando non assume le caratteristiche di un Disturbo Specifico, la produzione verbale del bambino con Ritardo Mentale è a 4 anni ancora leggermente dislalica, con uno sviluppo grammaticale e sintattico povero ma corretto, o addirittura complesso (come ad esempio nella 5. di Williams). Il livello lessicale, analogamente, può essere povero o adeguato, ma spesso presenta delle atipie, delle "confusioni" a livello semantico.


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